Lettera aperta sul percorso ritrovato.
Perdersi fa parte del percorso. Ritrovarlo è una scelta. Non voglio più confondere il movimento con il progresso. Voglio pubblicare un video quando lo studio mi avrà dato qualcosa da condividere. Con più profondità, meno fretta e soprattutto più musica. Benvenuti nella Fase Due. Just Doublebass continua.
JUST DOUBLEBASS — FASE DUE
Perdersi fa parte del percorso. Ritrovarlo è una scelta.
Ciao, brave persone.
Questa volta vorrei raccontarvi qualcosa di diverso. Non voglio mostrarvi uno strumento, suonare un brano o pubblicare l'ennesimo video di trenta secondi.
Voglio raccontarvi una storia. La mia. E forse spiegarvi finalmente che cos'è Just Doublebass, perché è nato, che cosa è diventato e soprattutto che cosa vorrei che diventasse.
Per farlo, però, devo tornare indietro di quasi tre anni.
Da dove è cominciato tutto
Quando ho creato Just Doublebass avevo un'idea molto precisa. Ero un appassionato di musica e volevo intraprendere un percorso per diventare un contrabbassista davvero bravo.
Non volevo semplicemente imparare qualche brano. Volevo studiare seriamente, conoscere lo strumento, comprendere la musica, sviluppare una tecnica, imparare a improvvisare, leggere, arrangiare e arrivare un giorno a esprimermi liberamente attraverso il suono.
Ma c'era qualcosa di più.
Viviamo in un'epoca straordinaria. Abbiamo accesso a una quantità di conoscenza che fino a pochi decenni fa sarebbe stata impensabile. Internet, biblioteche digitali, lezioni, strumenti tecnologici e, soprattutto, l'intelligenza artificiale.
Mi chiedevo: quanto è possibile accelerare oggi l'apprendimento di una disciplina difficile sfruttando intelligentemente tutte queste risorse?
E se una persona normale, con una vita normale, decidesse di dedicarsi seriamente a un obiettivo, fin dove potrebbe arrivare?
Il contrabbasso sarebbe stato il mio esperimento.
Just Doublebass sarebbe stato il diario pubblico di quell'esperimento.
Avrei studiato, sperimentato, sbagliato, cercato nuovi metodi, misurato i miglioramenti e condiviso tutto. Non soltanto i risultati, ma anche il processo per raggiungerli.
Volevo addirittura costruire degli strumenti per imparare meglio: un diapason online, applicazioni per allenare l'intonazione, esercizi interattivi, piccoli programmi capaci di trasformare la tecnologia in un alleato dello studio.
Il sito non doveva essere soltanto un blog. Doveva diventare un laboratorio.
E poi c'era quel Just nel nome.
Per me non significava semplicemente "soltanto contrabbasso". Racchiudeva una forma di determinazione, di concentrazione quasi ossessiva. L'idea di scegliere una cosa, dedicarle le proprie energie e vedere che cosa succede quando, anziché cambiare continuamente direzione, si continua a camminare.
Volevo scoprire che cosa ci fosse dall'altra parte della fatica.
Un contrabbasso per parlare del mondo
C'era poi un'altra idea che mi affascinava moltissimo.
Volevo usare il contrabbasso come punto di partenza per esplorare argomenti apparentemente lontanissimi tra loro.
La storia della musica, naturalmente. Ma anche il cinema, i film in cui compare un contrabbasso, le colonne sonore, le canzoni, i grandi compositori, i musicisti e i periodi storici.
La liuteria, i legni, gli artigiani, i grandi costruttori di strumenti. La fisica del suono, la tecnologia, l'arte e la letteratura.
E persino la crescita personale: la disciplina, la memoria, la gestione del tempo, la capacità di concentrarsi, la motivazione, il rapporto con gli errori e con il sacrificio.
Mi piaceva l'idea che partendo da una sola cosa si potesse arrivare praticamente ovunque.
Il contrabbasso non doveva essere il confine del progetto. Doveva essere la porta attraverso cui entrare in un mondo molto più grande.
Just Doublebass, nella mia testa, era tutto questo.
Poi qualcosa è cambiato
A un certo punto ho deciso di rivolgermi a un pubblico internazionale.
Ho cominciato a comunicare in inglese. Mi sembrava una scelta logica: più persone, più possibilità, un pubblico potenzialmente enorme.
Poi ho deciso di pubblicare un video ogni giorno.
Anche questo, all'inizio, sembrava avere senso. La costanza, la disciplina, la possibilità di documentare ogni piccolo progresso.
E così è cominciata la mia sfida: mille giorni, mille video.
Solo che, lentamente, ho iniziato a confondere le cose.
Parlare inglese rendeva molto più difficile raccontare ciò che pensavo. Riuscivo a comunicare, certo, ma non con la naturalezza, la profondità e le sfumature che avrei voluto.
E pubblicare ogni giorno richiedeva tempo. Molto tempo.
Tempo che non avevo.
Così ho iniziato a semplificare. Prima i contenuti, poi la preparazione, infine lo stesso progetto.
Arrivai a registrarmi per un'ora, ricavare trenta piccoli video di una trentina di secondi ciascuno e programmarli per l'intero mese.
Trenta video. Un mese di pubblicazioni.
Ma un'ora soltanto di musica.
Erano spesso piccoli jingle, molto simili tra loro. A volte erano persino musicalmente imprecisi, stonati, eseguiti senza la cura che avrei voluto.
Eppure li pubblicavo.
Perché bisognava pubblicare.
Mi ero imposto un obiettivo e continuavo a rispettarlo, anche quando aveva smesso di avere il significato per il quale lo avevo scelto.
Volevo documentare i miei progressi musicali. Alla fine avevo quasi smesso di progredire, ma continuavo a documentarmi.
È una contraddizione che oggi mi sembra incredibile.
Mille giorni, mille video
Alla fine ce l'ho fatta.
Mille giorni. Mille video. Uno ogni giorno.
Un numero enorme, almeno per me.
Avrei dovuto esserne felice. E in parte lo ero: avevo mantenuto un impegno per quasi tre anni.
Ma quando mi sono voltato indietro ho provato una sensazione difficile da spiegare.
Perché in quei mille giorni non ero diventato il musicista che speravo di diventare.
Non avevo studiato l'armonia come volevo. Non avevo sviluppato l'orecchio che sognavo. Non avevo approfondito il jazz, che ancora oggi conosco molto meno di quanto vorrei. Non avevo acquisito quella libertà sullo strumento che aveva dato origine a tutto.
Avevo aperto anche un blog, perché avrei voluto scrivere, approfondire, raccontare. Ma non trovavo il tempo nemmeno per quello.
Nel frattempo pubblicavo su troppe piattaforme. E dopo aver pubblicato, invece di tornare a studiare o a vivere, finivo spesso per trascorrere ore a guardare i contenuti degli altri.
Ero entrato nei social per condividere qualcosa che stavo costruendo, e i social avevano cominciato a sottrarre tempo proprio a quella costruzione.
Sognavo anche il riconoscimento di YouTube, quel Silver Play Button che viene assegnato al raggiungimento dei centomila iscritti.
Non credo ci sia nulla di sbagliato nel desiderare che il proprio lavoro venga riconosciuto.
Ma a un certo punto i numeri avevano preso il posto della musica.
E il progetto, che avrebbe dovuto rendermi felice e aiutarmi a migliorare, aveva iniziato a provocarmi tristezza.
Non ero più soddisfatto di ciò che facevo.
Nel frattempo, la vita
Naturalmente in questi anni non c'è stato soltanto Just Doublebass.
Ho affrontato un importante percorso professionale. Ho dedicato due anni alla presidenza di un'associazione. Ho seguito una lunga ristrutturazione di casa. Ho sperimentato altri progetti, compreso un altro canale.
E soprattutto sono diventato padre.
La mia vita è cambiata, le responsabilità sono cresciute e il tempo a disposizione ha assunto un valore completamente diverso.
Non racconto queste cose per giustificarmi.
Le racconto perché fanno parte della storia.
Sarebbe troppo facile dire che non sono diventato un musicista migliore perché non avevo tempo.
La verità è più complicata.
Il tempo che avevo non l'ho sempre utilizzato per ciò che contava davvero.
Ho avuto disciplina nel rispettare un calendario di pubblicazione, ma non altrettanta nel seguire un programma di studio.
Ho dedicato energie alla forma di un progetto, perdendo progressivamente di vista la sua sostanza.
E riconoscerlo non è piacevole.
Perché tre anni sono tanti.
In tre anni, con uno studio serio e costante, avrei potuto fare progressi musicali enormi. Non so quanto sarei diventato bravo, ma so che oggi avrei potuto trovarmi molto più avanti.
E questa consapevolezza pesa.
La collina che non ho mai superato
C'è però una questione ancora più personale.
Mi sono accorto che nella mia vita ho spesso iniziato qualcosa con un entusiasmo enorme.
All'inizio imparare è bellissimo.
Ogni giorno scopri qualcosa. I progressi sono rapidi, visibili, gratificanti. Tutto sembra possibile.
Poi arriva una fase diversa.
I miglioramenti rallentano. Le difficoltà aumentano. Le novità diminuiscono. Bisogna ripetere, approfondire, correggere, ricominciare. A volte si lavora per settimane senza percepire un vero passo avanti.
È la fase in cui l'entusiasmo non basta più.
Ed è proprio lì che spesso ho sentito il desiderio di cambiare strada.
Un nuovo strumento. Un nuovo progetto. Una nuova idea. Un nuovo inizio.
E ogni nuovo inizio restituisce quella sensazione meravigliosa di progresso.
Ma ricominciare continuamente significa rischiare di vivere sempre la parte iniziale di ogni percorso, senza conoscere ciò che viene dopo.
Non so che cosa si nasconda dietro la collina del sacrificio. Ma so che, continuando a cambiare strada, rischio di non scoprirlo mai.
E io voglio scoprirlo.
Voglio sapere che cosa significa dedicarsi seriamente a qualcosa, superare le difficoltà, attraversare i periodi in cui sembra non succedere nulla e arrivare a una competenza profonda.
Non per dimostrare di valere qualcosa.
Ma per conoscere una parte di me che forse non ho ancora avuto la pazienza di incontrare.
E vorrei che Just Doublebass raccontasse anche questo.
Perché credo che imparare a suonare uno strumento possa insegnare molto più della musica.
Che musicista voglio diventare?
Negli ultimi tempi mi sono interrogato anche su quale strumento desiderassi davvero suonare.
Ho riscoperto l'ukulele. Ho ripensato alla chitarra, che in passato suonavo in fingerstyle. Ho continuato a interrogarmi sul contrabbasso.
Mi sono reso conto che ognuno di questi strumenti possiede qualità e limiti differenti.
Ma ho capito soprattutto una cosa.
Non desidero semplicemente suonare uno strumento. Desidero conoscere profondamente la musica.
Vorrei ascoltare una melodia e riuscire a riprodurla a orecchio. Vorrei leggere uno spartito e comprenderlo. Conoscere la teoria, l'armonia, il ritmo, il fraseggio, imparare a improvvisare e creare arrangiamenti.
Vorrei poter trasformare un'idea musicale in suono senza sentirmi continuamente ostacolato dai limiti delle mie conoscenze o della mia tecnica.
Naturalmente so che non si tratta di un traguardo che si raggiunge dall'oggi al domani. E forse non esiste nemmeno un momento in cui si può dire di conoscere tutto.
Ma è questa la direzione che voglio seguire.
E c'è anche un aspetto più personale.
Ho sempre avuto una particolare attrazione per il silenzio.
Mi affascina l'idea che una nota non debba necessariamente riempire uno spazio, ma possa servire a renderlo più evidente.
Il suono come evidenziatore del silenzio.
A volte ascolto musica meravigliosa, tecnicamente incredibile, ma dopo un po' sento il bisogno di spazio.
Mi piace pensare che l'originalità di un musicista non dipenda soltanto da ciò che è capace di suonare, ma anche da ciò che sceglie di non suonare.
E il contrabbasso, forse proprio per il suo carattere, per il suo registro e per il modo in cui una singola nota può riempire una stanza, continua ad affascinarmi profondamente.
Non so ancora esattamente quale sarà la mia voce musicale.
Ma vorrei finalmente dedicare abbastanza tempo alla ricerca da poterla riconoscere.
Just Doublebass — Fase Due
Ed eccoci al presente.
Per un periodo ho pensato che fosse arrivato il momento di abbandonare Just Doublebass, cambiare nome e ricominciare da zero.
Volevo un progetto più libero, meno specialistico, che mi permettesse di parlare di musica, strumenti, tecnologia, libri, esperienze, creatività e di tutte quelle piccole cose che rendono interessante la vita.
Poi ho ricominciato a pensare al motivo per cui avevo creato questo canale.
E mi sono accorto che gran parte di ciò che cercavo era già presente nell'idea originale.
Avevo soltanto smesso di seguirla.
Quindi ho deciso di non cancellare il passato e di non rinnegare quei mille video, anche se oggi molti non mi rappresentano più.
Sono parte della mia storia.
Testimoniano un impegno, ma anche un errore. E se questo progetto vuole raccontare un percorso di crescita, allora deve avere il coraggio di raccontare anche ciò che non ha funzionato.
Perdersi non significa necessariamente aver fallito. A volte è proprio perdersi che permette di capire quale strada si desidera davvero percorrere.
Ma c'è una condizione: bisogna imparare qualcosa da quello smarrimento. Altrimenti si rischia soltanto di ripetere gli stessi errori.
Per questo voglio considerare ciò che viene adesso come una seconda fase.
Non un nuovo progetto.
Non una ripartenza da zero.
La Fase Due dello stesso viaggio.
E questa volta vorrei cambiare alcune cose.
Prima di tutto, parlerò in italiano.
Non perché abbia smesso di apprezzare il pubblico internazionale, al quale sono grato, ma perché voglio riuscire finalmente a comunicare con naturalezza, raccontare pensieri complessi, condividere riflessioni e stabilire un rapporto più autentico con chi sceglierà di seguirmi.
La lingua non deve essere un ostacolo tra ciò che penso e ciò che riesco a raccontare.
Poi non voglio più essere schiavo delle pubblicazioni.
Non prometterò un video al giorno. Non voglio più produrre contenuti soltanto per rispettare una scadenza.
Vorrei pubblicare qualcosa perché ho studiato un argomento, scoperto qualcosa di interessante, costruito uno strumento, superato una difficoltà o semplicemente perché sento di avere una storia che meriti di essere raccontata.
Preferisco realizzare un video che abbia un significato, piuttosto che trenta che non ne abbiano.
Voglio anche semplificare la presenza sui social, concentrandomi soprattutto su YouTube e Instagram, senza disperdere le mie energie su troppe piattaforme.
E soprattutto voglio invertire il rapporto tra studio e pubblicazione.
Non voglio più studiare quel poco che serve per pubblicare un video. Voglio pubblicare un video quando lo studio mi avrà dato qualcosa da condividere.
Torneranno gli strumenti musicali, il contrabbasso naturalmente, ma anche l'ukulele, la chitarra e qualsiasi altra esperienza possa contribuire alla mia crescita.
Torneranno la teoria, l'armonia, l'orecchio, il jazz, gli esperimenti con l'intelligenza artificiale e i nuovi metodi di apprendimento.
Vorrei realizzare davvero quelle applicazioni e quegli strumenti digitali che avevo immaginato fin dall'inizio.
Vorrei parlare di storia, cinema, arte, liuteria, libri, disciplina e creatività. Seguire le connessioni tra argomenti diversi senza sentirmi obbligato a rimanere chiuso dentro una nicchia.
E vorrei farlo con curiosità, serietà e, quando possibile, con una buona dose di leggerezza.
Non so esattamente quali forme assumerà tutto questo.
Ma oggi non sento più il bisogno di definirle tutte in anticipo.
Un obiettivo diverso
Mi piacerebbe ancora raggiungere centomila iscritti su YouTube.
Non ho smesso di avere ambizioni.
Ma non voglio più che il valore del mio lavoro dipenda esclusivamente da un numero.
Questa volta vorrei misurare soprattutto altre cose.
Quanto sono migliorato rispetto a un anno fa? Che cosa ho imparato? Quali difficoltà sono riuscito a superare? Quali conoscenze sono diventate competenze reali? Che cosa ho costruito? E soprattutto, provo ancora piacere in ciò che faccio?
Non voglio arrivare tra altri mille giorni con mille video nuovi e gli stessi limiti musicali di oggi.
Vorrei arrivarci con meno video, se necessario, ma con una conoscenza più profonda, una tecnica migliore, un orecchio più allenato, qualche progetto realizzato e qualcosa di autentico da raccontare.
Vorrei finalmente essere capace di attraversare quella fase dell'apprendimento in cui i progressi diventano lenti e il lavoro sembra non dare risultati.
Perché penso che proprio lì cominci la parte più interessante.
E forse anche quella che fino a oggi mi sono perso.
Non so se diventerò mai un grande contrabbassista. Non so se diventerò il musicista che immagino. Non so nemmeno dove mi porterà esattamente questo progetto.
Ma una cosa la so.
Voglio smettere di confondere il movimento con il progresso.
Pubblicare non significa necessariamente creare. Essere occupati non significa necessariamente migliorare. Essere costanti non significa necessariamente procedere nella direzione giusta.
E cambiare strada non significa sempre evolversi.
A volte evolversi significa rimanere, affrontare ciò che è difficile e concedersi il tempo necessario per scoprire che cosa viene dopo.
Si ricomincia. Anzi, si continua.
Se siete arrivati fin qui, grazie.
Grazie a chi ha seguito anche soltanto uno dei miei mille video, a chi ha lasciato un commento, a chi si è iscritto e a chi continuerà a seguirmi anche se le cose cambieranno.
Non so quanti di voi saranno interessati a questa nuova fase. Capirò perfettamente chi preferiva il vecchio formato o desiderava esclusivamente contenuti sul contrabbasso.
Ma sentivo il bisogno di essere sincero.
Just Doublebass non sarà più soltanto un posto dove pubblicare ciò che suono.
Vorrei che diventasse ciò che avevo immaginato all'inizio: un luogo in cui imparare, sperimentare, costruire, sbagliare, migliorare e raccontare ciò che si scopre lungo la strada.
Con più profondità, meno fretta e soprattutto più musica.
Forse questi mille giorni non mi hanno portato dove avrei voluto.
Ma mi hanno fatto capire qualcosa sul modo in cui voglio affrontare i prossimi mille.
E se il primo capitolo è stato quello dell'entusiasmo, degli errori e dello smarrimento, mi piacerebbe che il secondo fosse quello della consapevolezza, della disciplina e della scoperta.
Non voglio cancellare la strada percorsa.
Voglio finalmente darle una direzione.
Perché forse il vero significato di Just Doublebass non era arrivare a essere qualcuno. Era scoprire fin dove si può arrivare quando si decide davvero di imparare.
Benvenuti nella Fase Due.
Just Doublebass continua.
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Published on: October 9, 2026
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